Un mental coach è una risorsa che riesce a semplificare la vita degli atleti, che ti guida a trasformare il tuo talento e gli allenamenti a cui ti sottoponi, in atteggiamenti e comportamenti in grado di esprimere il meglio di te e della tua squadra nei momenti importanti. Attraverso l’allenamento delle dinamiche mentali, emotive e relazionali (tanto quanto si allenano i colpi, le tattiche e i gesti squisitamente tecnici) il lavoro di un mental coach consiste nel far crescere la persona e metterla in condizioni di essere consapevole, autonoma e solida.

Il mental coach affianca atleti professionisti e amatori/ squadre/ allenatori/ genitori di giovani sportivi/ dirigenti/ preparatori fornendo strategie pratiche e permettendo ai protagonisti di sfruttare tutto il potenziale di cui dispongono.

  • Il coaching è un meraviglioso percorso di autoconoscenza. Dei tuoi punti di forza, dei tuoi limiti, dei tuoi obiettivi e delle tue strategie: sia quelle funzionali che quelle poco utili.
  • Il coaching è un mezzo per poter riprendere in mano le redini della tua vita sportiva, personale e professionale.
  • Il coaching ti prepara a vincere le gare più importanti e raggiungere gli obiettivi sportivi che desideri.

Il mio lavoro consiste nell’ allenare la parte mentale che caratterizza ogni performance, perché è sempre più evidente quanto sia importante utilizzare la propria mente come acceleratore di risultati e non come freno (come purtroppo spesso capita).

Come ho scoperto l’efficacia del Coaching

Prendo spunto da un’esperienza diretta per spiegarti esattamente a che cosa mi riferisco.
Tra i vari appuntamenti sportivi di questi ultimi 10 anni di carriera, io e Daniela (Gioria) abbiamo lottato per qualificarci alle olimpiadi di Londra 2012, sfiorando il nostro sogno più grande.
Ricordo quel torneo, la finale della World Cup a Mosca, ultima tappa utile per qualificarci, come una delle più belle esperienze sportive di sempre. Eravamo davvero focalizzate, centrate verso l’obiettivo, determinate e unite, e abbiamo espresso un ottimo beach volley. Fino al momento in cui le cose hanno iniziato a non funzionare.
E, ovviamente, quel momento è arrivato nella partita decisiva per la nostra qualificazione. Avevamo giocato alla grande ogni gara di quel torneo, sapendo che se avessimo fallito, sarebbe finito tutto: ogni partita era la partita più importante, la pressione altissima, la posta in palio davvero preziosa, la qualità di ogni azione una continua ricerca di eccellenza ed efficacia.

Ti è mai capitato di iniziare a giocare bene, di essere nel mood giusto, ogni cosa procede alla perfezione … poi accade qualcosa e tutto cambia…

Il campo diventa più piccolo, il muro avversario sembra insormontabile, il tuo colpo forte sembra non venirti più con quella naturale facilità… e la tua sicurezza inizia a vacillare… all’avversario risulta semplice fare il punto mentre tu per realizzarne uno devi fare appello a tantissima energia. Ecco: io mi sono trovata esattamente in quella condizione.
Tecnicamente mi sentivo preparata, avevo lavorato tanto e su ogni dettaglio; tatticamente la partita era pronta perché sia noi che lo staff avevamo dati molto precisi sulle due giocatrici olandesi (ottimo team) e sapevamo esattamente cosa fare; fisicamente ero in forma e anche qui venivo da un programma dettagliato di lavoro… allora, che cosa non ha funzionato?
In questo ipotetico triangolo della prestazione ottimale i primi due lati conosciuti da tutti sono composti dalla parte tecnico-tattica e dalla parte fisica. Il terzo lato è quel fattore “invisibile” che rappresenta, appunto, la parte mentale.

Che cosa significa? Una buona descrizione la diede, nel 1974, Tim Gallwey, pioniere del coaching e inventore dell’ inner game. Tim pubblica il libro “The inner game of tennis”, nel quale identifica che, parallelamente al gioco che si svolge esternamente sul campo, ne esiste uno ancora più importante che si svolge nella mente dell’atleta.

“L’avversario che esiste nella nostra mente è molto più forte di quello che esiste nella realtà, al di là della rete”, Tim Gallwey

In base a come giochi il gioco interiore, influenzi in maniera efficace e importante il gioco esteriore, indipendentemente dalle abilità e dalle potenzialità che hai come atleta.
“Perché non metto giù la palla?” “Cosa è cambiato?” “Non riesco a vedere il campo!”, “Leggono bene i miei colpi” “Loro sono rientrate in partita”…
Questi sono alcuni degli esempi di frasi evidentemente depotenzianti che stavano girando all’impazzata nella mia mente in quel momento. E io non ne avevo il controllo. Da lì, a catena, nervosismo, incertezza, lo scollamento con la compagna…

Attenzione: mi ero anche preparata ad avere l’atteggiamento giusto, avevo esperienza, avevo letto tanto su come approcciare in modo ottimale la gara sempre in modo autonomo. Ma non avevo consapevolezza delle mie strategie, non avevo un piano mentale per affrontare l’imprevisto. È un po’ come leggere la spiegazione di come fare lo squat e poi andarlo a fare in palestra con il preparatore. C’è una notevole differenza, non credi?
E una “dinamica” semplice come questa può costare una qualificazione olimpica.
Fu proprio l’elaborazione di questo episodio che mi spinse a dedicarmi allo studio degli aspetti mentali che possono fare una differenza drastica nella vita di ogni sportivo professionista.

Come ho conosciuto il Coaching

Sono sempre stata una grande fan dell’atteggiamento mentale e del lavoro duro.
Non ero un talento naturale, ma avevo grinta da vendere e le mie attitudini mentali e il mio sconfinato amore verso quello che facevo mi hanno sempre spinta oltre i limiti. Anche quelli oggettivi.

Mi definivano un atleta emotiva e negli anni, grazie all’esperienza ho sperimentato modalità utili e funzionali per me. Ma facevo da sola, e non avevo strategie concrete ed efficaci per gestire i momenti importanti.
Uno su tutti? La storia che vi ho raccontato poco sopra della World Cup di Mosca, nel 2012, torneo che assegnava il pass olimpico per Londra alla seconda squadra italiana di Beach Volley.
Ebbene, torneo fantastico, ma ultima partita persa. E occasione della vita sfumata.

Lì ho deciso ufficialmente che volevo di più: volevo conoscere, capire, sapere, imparare come la nostra mente poteva essere un acceleratore di risultati e non un freno.

A novembre 2012 per la prima volta sono entrata in un aula ad un corso in cui insegnavano strumenti per la crescita personale. Ebbene sì, per una casualità (no, non è vero, niente accade per caso!) mi ritrovo a Roma in una sala con altre 150 persone a “Impara dai campioni”, un seminario di Ekis -la società italiana più rappresentativa nell’ambito del Mental Coaching- condotto da Livio Sgarbi in cui vengono svelati i segreti dei campioni, persone che usano ottime strategie per ottenere grandi risultati per eccellere nella vita e nel lavoro. Mi sono detta: questo è il mio posto.
Subito affascinata dai temi e dalla possibilità di sperimentare su di me l’efficacia di queste tecniche, mi sono iscritta al Master in coaching di Ekis, il prestigioso percorso di formazione per diventare Mental Coach.
Il mio approccio, anni fa al momento dell’iscrizione, è stato quello di imparare ad usare meglio la mia mente per migliorare le mie performance perché quegli argomenti mi erano sempre interessati.

Una delle prime cose che ho scoperto è che non è vero che un giocatore “la testa o ce l’ha o non ce l’ha!”, come si sente spesso dire. Fino a poco tempo fa si attribuivano ad un atleta queste qualità come se fossero innate, tipo “se ce l’hai bene, altrimenti non arriverai mai!”

È stato ampiamente studiato che il cervello può essere allenato esattamente come un muscolo: si può imparare a pensare in un determinato modo e attuare delle strategie vincenti… per questo il coaching si chiama anche allenamento mentale.

Ebbene, da quel giorno sono cambiate tante cose: sono uscita dal quel weekend con l’obiettivo di diventare un Mental Coach, con la certezza che avrei studiato tanto e che avrei concluso quel Master nei tempi necessari, nel rispetto dei miei impegni di Atleta.

La prima situazione con la quale mi sono misurata è stato il mio infortunio al ginocchio. Il coaching mi ha permesso di gestire con successo un momento delicatissimo della mia carriera.
Come? Imparando strumenti super efficaci per gestire l’allontanamento forzato dalla sabbia, per favorire la guarigione, per restare allenata mentalmente anche se fisicamente non in campo e per trovare le opportunità nascoste dietro quella sfida.

Perché credo nel Coaching?

Perché vedo quotidianamente i risultati concreti che ottengo con le persone e gli atleti che seguo e, cosa per me importantissima, perché prima di tutto l’ho sperimentato sulla mia pelle!

  • Ho avuto la possibilità di studiare le applicazioni dell’allenamento mentale e di metterle in pratica nelle mie routine di Atleta
  • Sono tornata a vincere, (tanto!) dopo un infortunio per il quale gli addetti ai lavori dicevano: ”Può essere che non tornerai più come prima!”, oppure: “Ormai sei a fine carriera”
  • Ho frequentato e frequento tuttora un ambiente ricco di stimoli e di persone stra- ordinarie che mi hanno arricchita e che mi ha insegnato a guardare la vita da diverse prospettive.
  • Mi sono creata con le mie mani la strada su misura per me aprendomi le porte per un futuro favoloso dopo l’attività agonistica.

Tutte le persone di grande successo si sono avvalse dell’aiuto di un coach.
Se indaghi nella loro vita, scoprirai che sono state aiutate da qualcuno che li ha ispirati e ha saputo tirare fuori il meglio di loro, un mentore, un allenatore, un maestro, un capo, un genitore, ecc. e non perdono occasione per ringraziarli perché sanno che senza il loro aiuto non sarebbero stati in grado di compiere le gesta per cui vengono ammirati e lodati.

Ogni atleta famoso, ogni performer ha un coach personale. Qualcuno che li osserva e dice: è davvero quello che volevi fare? Volevi farlo così? Un coach ti offre nuove prospettive. Ti permette di sapere come il mondo ti vede dall’esterno e questo ha un valore pazzesco. Un coach serve davvero.

Eric Schmidt CEO Google

Perché dovresti scegliere di lavorare con me?

Perché conosco lo Sport, con tutte le sue gioie e i suoi dolori.
Perché la mia esperienza di atleta mi ha consentito di vivere in pieno tutti i disagi e le difficoltà e le sconfitte che un atleta lasciato in balia di se stesso può incontrare nel suo percorso. Quindi capisco perfettamente quali possano essere le sfide.
Perché ho allenato e mi sono relazionata con decine di allenatori, comprendendo da vicino quanto sia impegnativo gestire un team e far ottenere ad un proprio atleta il massimo delle sue capacità.

Perché ho vinto oltre 50 medaglie nella mia carriera.
Perché ho studiato per anni e ho avuto esperienze concrete sui campi di diverse discipline.
Perché ho passato quasi 28 anni della mia felicissima vita realizzando i miei Sogni, e oggi scelgo di supportare gli altri a realizzare i loro.

E poi, perché ci metto il Cuore.